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parlamento italiano

BELLINZONA – 19.01.2020 – Disdire unilateralmente

l’accordo fiscale del 1974. È questa l’ultima proposta-provocazione della Svizzera, che da quasi cinque anni attende che l’Italia ratifichi (per la Costituzione è un compito che spetta al parlamento) l’accordo internazionale sottoscritto a fine 2015 per la revisione e il superamento degli accordi del 1974 sulla doppia imposizione fiscale ai lavoratori frontalieri. La questione è molto spinosa sul piano politico, soprattutto al di qua del confine. Nel pieno del governo Renzi, sull’onda lunga di un’interlocuzione già avviata, il negoziatore italiano Vieri Ceriani (dirigente di Bankitalia e già sottosegretario del governo Monti) concluse un accordo per cui i frontalieri avrebbero iniziato a denunciare i propri redditi in Italia (oggi non lo fanno) e, al diminuire dell’imposizione fiscale elvetica (fino al 70%), si sarebbe aumentata -sino all’allineamento, in un arco temporale di qualche anno- quella italiana. Sarebbe stato rivisto anche il metodo di ristorno delle tasse dei frontalieri, che per i comuni di confine sono un’entrata significativa.

Berna ha ratificato il trattato internazionale, ma il parlamento italiano, né sotto il governo Renzi, né sotto quello del suo successore Gentiloni, né tantomeno sotto il Conte I (giallo-verde) e il Conte II (giallo-rosso) dopo le elezioni del 2018, l’ha fatto. E non sono serviti i ripetuti richiami da parte rossocrociata al rispetto dei patti assunti. Ecco perché in settimana -da notare che la Svizzera ha di recente votato per il rinnovo del parlamento federale- Claudio Franscella, presidente del parlamento del Ticino, s’è recato a Roma per ricordare agli omologhi italiani che c’è una pratica aperta. Al suo ritorno in patria il governo ha chiesto un parere legale su come disdire unilateralmente i patti del 1974. Una mossa che va letta come il tentativo di forzare la mano.

 

 

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